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La Sirenetta

Volti e voci di un popolo commosso

di Luigi Russo


Papa Benedetto XVI Una festa di popolo, un grande abbraccio, una testimonianza di fede forte, dalle solide radici storiche. I fedeli del Sud Salento, della diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca, hanno accolto Benedetto XVI con una speciale compostezza, ma con altrettanto speciale entusiasmo e viva commozione. Quando il vescovo, monsignor Vito de Grisantis, ha ricordato nel suo indirizzo di saluto che «Pietro è qui», tutti i fedeli si sono alzati esprimendo la loro partecipazione con un prolungato applauso. E poi quando più avanti ha riportato alla memoria «don Tonino Bello», un altro applauso fortissimo, gioioso, commosso. E il Papa si è unito a questa manifestazione di popolo salutando con le braccia, quasi a voler dare il suo assenso a quella festa. Infine il vescovo che conclude con un «le vogliamo un sacco di bene»: parole sigillate da un significativo abbraccio tra il Papa e il presule. È tutto qui il colore e il sapore di questa visita del Pontefice a Leuca, benedetta da una giornata stupenda, da colori particolarmente vivi, da un sole delicato e da una brezza di vento. Un clima che ha aiutato la partecipazione e la preghiera delle migliaia di fedeli giunti in questo lembo estremo d’Italia. Nella zona del porto turistico, dove si sono dati appuntamento ottomila persone, soprattutto giovani e membri di associazioni, che seguono la Messa sugli schermi giganti, si respira una particolare aria di gioia, e non solo tra i più «vicini» alla Chiesa. «Io non so se sono credente, non so se seguo gli insegnamenti della fede – ammette Antonio Chiarello, di 19 anni, che ha appena finito il liceo – ma sento che questo Papa parla con chiarezza, con forza. E per questo sono venuto e non sono andato al mare. Volevo capire come è possibili trovare una forza così per vivere». Maria Grazia, una mamma insegnante con un bimbo in braccio di tre anni, coperto con il cappellino e l’ombrellino, aggiunge: «Mio marito non se l’è sentita di venire, ha preferito seguire l’evento in televisione. Io invece ho voluto vedere da vicino Benedetto XVI, perché è un Papa che mi ha fatto tornare la voglia di vivere la fede, con profondità. Una fede adulta e pensata». Commosa anche la voce di Andrea, paraplegico, nel piazzale del santuario: «Il Papa è venuto a Leuca dalla Madonna mia – dice –, che io prego tutti i giorni. Sono felice che l’abbia chiamata Vergine della salvezza e della speranza. Dio solo sa quanto conforto essa mi da nei momenti difficili delle mia vita, nei momenti della disperazione. È allora che mi faccio accompagnare qui e trovo la pace». Davide, 19 anni, sta finendo il liceo e ha fatto la comunione dalle mani del Papa: «Nella mia stanza da tre anni tengo appesa la foto di Benedetto XVI. Mi piace molto, mi dà forza e gioia. È tanto importante e forte la fede che egli ci indica. Un 'sacerdote' come lui – dice il giovane – fa nascere la voglia di diventare sacerdoti per la Chiesa di Cristo». Ada, 79 anni, è rimasta a casa, perché bloccata dai dolori: «Ho seguito tutto in tv, dalla prima all’ultima immagine. Mi capita di non capire molto bene alcune delle cose che il Papa dice. Però sento che è un vero uomo di fede, e trasmette fede. E ha un grande coraggio. Il suo pellegrinaggio nella terra di Leuca, mi piacerebbe tanto che rinforzasse nei giovani, soprattutto nei miei figli, il desiderio di conoscere Dio. Questa è stata la mia intenzione di preghiera durante tutta la Messa». A migliaia si sono dati appuntamento nel lembo estremo della Penisola Un incontro animato da una fede gioiosa e contagiosa «Le parole del Pontefice ci danno la forza di sperare»

Pubblichiamo il testo integrale del­l’omelia pronunciata ieri da Bene­detto XVI durante la Messa celebra­ta sul piazzale del Santuario di San­ta Maria de finibus terrae, a Santa Maria di Leuca (Lecce), prima tap­pa della sua visita pastorale in Pu­glia.

Cari fratelli e sorelle, la mia vi­sita in Puglia – la seconda, dopo il Congresso eucaristi­co di Bari – inizia come pellegri­naggio mariano, in questo estremo lembo d’Italia e d’Europa, nel San­tuario di Santa Maria de finibus ter­rae. Con grande gioia rivolgo a tut­ti voi il mio affettuoso saluto. Rin­grazio con affetto il vescovo monsi­gnor Vito De Grisantis per avermi invitato e per la sua cordiale acco­glienza; insieme con lui saluto gli al­tri vescovi della Regione, in partico­lare il metropolita di Lecce monsi­gnor Cosmo Francesco Ruppi; co­me pure i presbiteri e i diaconi, le persone consacrate e tutti i fedeli. Saluto con riconoscenza il ministro Raffaele Fitto, in rappresentanza del Governo italiano, e le diverse auto­rità civili e militari presenti. n questo luogo storicamente co­sì importante per il culto della Beata Vergine Maria, ho voluto che la liturgia fosse dedicata a Lei, Stella del mare e Stella della spe­ranza. «Ave, maris stella, / Dei Mater alma, / atque semper virgo, / felix cae­li porta!». Le parole di questo anti­co inno sono un saluto che rie­cheggia in qualche modo quello dell’Angelo a Nazaret. Tutti i titoli ma­riani infatti sono come gemmati e fioriti da quel primo nome con il quale il messaggero celeste si rivol­se alla Vergine: «Rallegrati, piena di grazia» ( Lc 1,28). L’abbiamo ascol­tato nel Vangelo di san Luca, molto appropriato perché questo Santua­rio – come attesta la lapide sopra la porta centrale dell’atrio – è intitola­to alla Vergine Santissima «Annun­ziata I ». Quando Dio chiama Maria «piena di grazia», si accende per il genere u­mano la speranza della salvezza: u­na figlia del nostro popolo ha tro­vato grazia agli occhi del Signore, che l’ha prescelta quale Madre del Redentore. Nella semplicità della casa di Maria, in un povero borgo di Galilea, incomincia ad adem­piersi la solenne profezia della sal­vezza: «Io porrò inimicizia tra te e la donna, / tra la tua stirpe / e la sua stirpe: / questa ti schiaccerà la testa / e tu le insidierai il calcagno» ( Gn 3,15). Perciò il popolo cristiano ha fatto proprio il cantico di lode che gli Ebrei elevarono a Giuditta e che noi abbiamo poc’anzi pregato co­me Salmo responsoriale: «Benedet­ta sei tu, figlia, / davanti al Dio al­tissimo / più di tutte le donne che vivono sulla terra» ( Gdt 13,18). Sen­za violenza, ma con il mite coraggio del suo «sì», la Vergine ci ha liberati non da un nemico terreno, ma dal­l’antico avversario, dando un corpo umano a Colui che gli avrebbe schiacciato la testa una volta per sempre. Ecco perché, sul mare della vi­ta e della storia, Maria ri­splende come Stella di spe­ranza. Non brilla di luce propria, ma riflette quella di Cristo, Sole appar­so all’orizzonte dell’umanità, così che seguendo la Stella di Maria pos­siamo orientarci nel viaggio e man­tenere la rotta verso Cristo, special­mente nei momenti oscuri e tem­pestosi. L’apostolo Pietro ha conosciuto be­ne questa esperienza, per averla vis­suta in prima persona. Una notte, mentre con gli altri discepoli stava attraversando il lago di Galilea, fu sorpreso dalla tempesta. La loro bar­ca, in balia delle onde, non riusciva più ad avanzare. Gesù li raggiunse in quel momento camminando sul- le acque, e invitò Pietro a scendere dalla barca e ad avvicinarsi. Pietro fece qualche passo tra le onde ma poi si sentì sprofondare e allora gridò: «Signore, salvami!». Gesù lo afferrò per la mano e lo trasse in sal­vo (cfr Mt 14,24-33). Questo episodio si rivelò poi un se­gno della prova che Pietro doveva attraversare al momento della pas­sione di Gesù. Quando il Signore fu arrestato, egli ebbe paura e lo rin­negò tre volte: fu sopraffatto dalla tempesta. Ma quando i suoi occhi incrociarono lo sguardo di Cristo, la misericordia di Dio lo riprese e, fa­cendolo sciogliere in lacrime, lo ri­sollevò dalla sua caduta. H o voluto rievocare la storia di san Pietro, perché so che questo luogo e tutta la vo­stra Chiesa sono particolarmente legati al Principe degli Apostoli. A lui, come all’inizio ha ricordato il ve­scovo, la tradizione fa risalire il pri­mo annuncio del Vangelo in questa terra. Il Pescatore, «pescato» da Ge­sù, ha gettato le reti fin qui, e noi og­gi rendiamo grazie per essere stati oggetto di questa «pesca miracolo­sa », che dura da duemila anni, una pesca che, come scrive proprio san Pietro, «ci ha chiamati dalle tenebre alla ammirabile luce [di Dio]» ( 1 Pt 2,9). Per diventare pescatori con Cri­sto bisogna prima essere «pescati» da Lui. San Pietro è testimone di questa realtà, come lo è san Paolo, grande convertito, di cui tra pochi giorni inaugureremo il bimillenario della nascita. Come successore di Pietro e vescovo della Chiesa fon­data sul sangue di questi due emi­nenti Apostoli, sono venuto a con­fermarvi nella fede in Gesù Cristo, u­nico salvatore dell’uomo e del mon­do. La fede di Pietro e la fede di Maria si coniugano in questo Santuario. Qui si può attingere al duplice principio dell’esperienza cristiana: quello ma­riano e quello petrino. Entrambi, in­sieme, vi aiuteranno, cari fratelli e sorelle, a «ripartire da Cristo», a rin­novare la vostra fede, perché ri­sponda alle esigenze del nostro tem­po. Maria vi insegna a restare sem­pre in ascolto del Signore nel silen­zio della preghiera, ad accogliere con generosa disponibilità la sua Pa­rola col profondo desiderio di offri­re voi stessi a Dio, la vostra vita con­creta, affinché il suo Verbo eterno, per la potenza dello Spirito Santo, possa ancora «farsi carne» oggi, nel­la nostra storia. Maria vi aiuterà a seguire Gesù con fedeltà, ad unirvi a Lui nell’offerta del Sacrificio, a por­tare nel cuore la gioia della sua Ri­surrezione e a vivere in costante do­cilità allo Spirito della Pentecoste. In modo complementare, anche san Pietro vi insegnerà a sentire e credere con la Chiesa, saldi nella fe­de cattolica; vi porterà ad avere il gusto e la passione dell’unità, della comunione, la gioia di camminare insieme con i pastori; e, al tempo stesso, vi parteciperà l’ansia della missione, di condividere il Vangelo con tutti, di farlo giungere fino agli estremi confini della terra. «De finibus terrae» : il nome di questo luo­go santo è molto bel­lo e suggestivo, perché riecheggia u­na delle ultime parole di Gesù ai suoi discepoli. Proteso tra l’Europa e il Mediterraneo, tra l’Occidente e l’O­riente, esso ci ricorda che la Chiesa non ha confini, è universale. E i con­fini geografici, culturali, etnici, ad­dirittura i confini religiosi sono per la Chiesa un invito all’evangelizza­zione nella prospettiva della «co­munione delle diversità». La Chiesa è nata a Pentecoste, è na­ta universale e la sua vocazione è parlare tutte le lingue del mondo. La Chiesa esiste – secondo l’origi­naria vocazione e missione rivelata ad Abramo – per essere una bene­dizione a beneficio di tutti i popoli della terra (cfr Gn 12,1-3); per esse- re, con il linguaggio del Concilio E­cumenico Vaticano II, segno e stru­mento di unità per tutto il genere u­mano (cfr Cost. Lumen gentium, 1). La Chiesa che è in Puglia possiede una spiccata vocazione ad essere ponte tra popoli e culture. Questa terra e questo Santuario sono in ef­fetti un «avamposto» in tale dire­zione, e mi sono molto rallegrato nel constatare, sia nella lettera del vo­stro vescovo come anche oggi nelle sue parole, quanto questa sensibi­lità sia tra voi viva e percepita in mo­do positivo, con genuino spirito e­vangelico. C ari amici, noi sappiamo be­ne, perché il Signore Gesù su questo è stato molto chiaro, che l’efficacia della testimonianza è proporzionata all’intensità dell’a­more. A nulla vale proiettarsi fino ai confini della terra, se prima non ci si vuole bene e non ci si aiuta gli uni gli al­tri all’interno della comunità cristiana. Perciò l’esortazione dell’apostolo Paolo, che abbiamo ascol­tato nella seconda Lettura ( Col 3,12­17), è fondamentale non solo per la vostra vita di fami­glia ecclesiale, ma anche per il vo­stro impegno di animazione della realtà sociale. Infatti, in un contesto che tende a in­centivare sempre più l’individuali­smo, il primo servizio della Chiesa è quello di educare al senso sociale, all’attenzione per il prossimo, alla solidarietà e alla condivisione. La Chiesa, dotata com’è dal suo Signo­re di una carica spirituale che con­tinuamente si rinnova, si rivela ca­pace di esercitare un influsso posi­tivo anche sul piano sociale, perché promuove un’umanità rinnovata e rapporti umani aperti e costruttivi, nel rispetto e nel servizio in primo luogo degli ultimi e dei più deboli. Qui, nel Salento, come in tut­to il Meridione d’Italia, le comunità ecclesiali sono luoghi dove le giovani gene­razioni possono imparare la spe­ranza, non come utopia, ma come fiducia tenace nella forza del bene. Il bene vince e, se a volte può appa­rire sconfitto dalla sopraffazione e dalla furbizia, in realtà continua ad operare nel silenzio e nella discre­zione portando frutti nel lungo pe­riodo. Questo è il rinnovamento so­ciale cristiano, basato sulla trasfor­mazione delle coscienze, sulla for­mazione morale, sulla preghiera; sì, perché la preghiera dà la forza di credere e lottare per il bene anche quando umanamente si sarebbe tentati di scoraggiarsi e di tirarsi in­dietro. Le iniziative che il vescovo ha cita­to in apertura – quella delle Suore Marcelline, quella dei Padri Trinita­ri – e le altre che portate avanti nel vostro territorio, sono segni elo­quenti di questo stile tipicamente ecclesiale di promozione umana e sociale. Al tempo stesso, cogliendo l’occasione della presenza delle au­torità civili, mi piace ricordare che la comunità cristiana non può e non vuole mai sostituirsi alle legittime e doverose competenze delle istitu­zioni, anzi, le stimola e le sostiene nei loro compiti e si propone sem­pre di collaborare con esse per il be­ne di tutti, a partire dalle situazioni di maggiore disagio e difficoltà. I l pensiero torna, infine, alla Ver­gine Santissima. Da questo San­tuario di Santa Maria de finibus terrae desidero recarmi in spirituale pellegrinaggio nei vari Santuari ma­riani del Salento, vere gemme inca­stonate in questa penisola lanciata come un ponte sul mare. La pietà mariana delle popolazioni si è for­mata sotto l’influsso mirabile della devozione basiliana alla Theotokos, una devozione coltivata poi dai figli di san Benedetto, di san Domenico, di san Francesco, ed e­spressa in bellissime chiese e semplici e­dicole sacre, che vanno curate e pre­servate come segno della ricca eredità religiosa e civile del­la vostra gente. Ci rivolgiamo dun­que ancora a Te, Ver­gine Maria, che sei rimasta intrepida ai piedi della cro­ce del tuo Figlio. Tu sei modello di fede e di speranza nella forza della verità e del bene. Con le parole dell’antico inno ti invochiamo: «Spez­za i legami agli oppressi, / rendi la luce ai ciechi, / scaccia da noi ogni male, / chiedi per noi ogni bene». E allargando lo sguardo all’orizzonte dove cielo e mare si congiungono, vogliamo affidarti i popoli che si af­facciano sul Mediterraneo e quelli del mondo intero, invocando per tutti sviluppo e pace: «Donaci gior­ni di pace, / veglia sul nostro cam­mino, / fa’ che vediamo il tuo Figlio, / pieni di gioia nel cielo». Amen.

Benedetto XVI